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venerdì 29 agosto 2014

A Room of One's Own

Sono successe un po' di cose in questi giorni.
E' come se la mia vita avesse subito un'improvvisa accelerata e condensato tutto quello che avevo previsto (e sperato) succedesse nell'arco di un annetto in soli due mesi.
Sessanta giorni di pura follia.
Non so nemmeno se ho ancora voglia di parlarne apertamente, di queste cose, forse perché sono più scaramantica di quanto voglia ammettere a me stessa (anche se amo profondamente i gatti neri e ho deciso che un giorno ne prenderò uno e lo chiamerò Sirius; giusto per godermi il gusto di avere un Sirius Black tutto per me).
Diciamo solo che stanno (in teoria) per cambiare (finalmente) un po' di cose.
E che sono un po' terrorizzata.
Ma è quella paura positiva, quella che ti fa scorrere l'adrenalina nelle vene e ti fa venire quella piacevole morsa allo stomaco.
Un po' come quella che Rachel di Friends disse di aver provato solo due volte in vita sua: appena arrivata a New York e quando scoprì di essere incinta di Emma (questa similitudine era totalmente innecessaria, ma ho questo blog da un po' e non avevo ancora accennato a Friends e THAT'S NOT RIGHT!)
E' la paura dell'inizio.
Perché gli inizi spaventano quanto i finali.
Se non di più.
Non so, se nel mio caso specifico, mi spaventi più la "fine" o "l'inizio"... E' che sto cercando di pensare come se non ci fosse un SERIES FINALE ma solo un SEASON FINALE.
Una cosa però ve la posso dire, perchè ormai è certa.
Anche nel mio nuovo inizio, dovunque sarà, avrò una camera tutta per me.
Che per Virginia Woolf era un BIG DEAL.
E lo è anche per me.
Quindi per ora vi lascio con questo MASSIVE CLIFFHANGER e vi prometto di farmi sentire presto.
Di sicuro prima di trasferirmi nella nuova camera tutta per me.
Dovunque essa sarà...

*scusate per tutte le parole in CAPS LOCK; purtroppo la nerd televisiva che è in me alle volte (quasi sempre) prende il sopravvento... Ritenetevi fortunati che non abbia titolato questo post come UPFRONTS che, comunque, secondo me sarebbe un titolo cazzutissimo per un post. Punto.

lunedì 11 agosto 2014

I wanna be a suitcase, when i grow up...

Se mai dovessi scegliere un oggetto per descrivermi (massì facciamo pure finta che questo sia uno di quei giochetti pseudo-psicologici assurdi) sceglierei una valigia.
Ma non una qualsiasi.
Una di quelle vecchie anzi, vintage, come dicono quelli cool; una di quelle di cuoio marrone liso e usurato, con gli angoli sbucciati e gli adesivi a coprire i graffi più evidenti.
Un adesivo per ogni viaggio.
Una cicatrice per ogni viaggio.
Sceglierei una valigia, in primo luogo, perché a me viaggiare piace tanto.
Da sempre.
Mi piace viaggiare anche senza una destinazione precisa, senza sapere dove, come e perché vado.
Anche perché poi, quando arrivo, sono sempre un po' triste.
In cinque anni di superiori da pendolare, mi sono fatta incalcolabili ore di bus dal mio paesino buco(lico) alla città(buco) vicina.
Quel piccolo, ripetitivo viaggio da buco a buco sembrava non stancarmi mai.
Sarei volentieri rimasta anche più di un'ora su quei bus dai sedili lerci e lisi, circondata da gente stramba (alcuni dei quali anche apparentemente ignari delle più basiche norme igieniche) a guardare i campi cambiare con le stagioni e la mia musica nelle orecchie.
S. mi diceva sempre che la mia musica si sentiva chiaramente praticamente in tutto il pullman e io ho pensato a tutte quelle volte che ascoltavo le canzoni dei cartoni animati.
Chissà se le riconoscevano anche gli altri...
Del resto, non posso mica essere l'unica persona che ascolta le sigle dei cartoni e le canzoni della Disney a 20 anni suonati!
(Sisi, ridete pure voi, io intanto tra "A whole New World", "I won't say I'm in love" "Hakuna Matata" e "I'll make a man out of you" ho saltato a piè pari la fase Gigi d'Alessio e Anna Tatangelo. Eppoi, la canzone di Mulan è seriously THE BEST WORKOUT SONG EVER!)
Insomma, tornando al punto, il viaggio s'è capito che mi piace, ma c'è anche un altro motivo per il quale ho scelto la valigia..
Una delle mie puntate preferite di "Mad Men" (e te pareva!) s'intitola, appunto, "The suitcase" ed è interamente incentrata su Peggy e Don, il quale, nel corso della puntata, per non pensare alla sua fucked-up life, costringe la prima a rimanere in ufficio oltre orario per lavorare alla pubblicità della nuova cazzutissima valigia della Samsonite....
LA SERA DEL SUO COMPLEANNO.
Insomma, morale della favola Peggy viene scaricata dal suo raga(hahahahahah)zzo per telefono e s'incazza (gustamente) con Don che poi però la porta a cena (???) e lavorando finiscono a parlare della vita. del passato, delle cose.... Soprattutto di quelle che non dicono mai.
Parlano e lavorano e piangono tutta la notte e alla fine la pubblicità spacca i culi (ma va'!).
Non ci vuole certo Montale per spiegare il correlativo oggettivo del titolo; la valigia contiene speranze, sogni, vestiti, anche sporchi, quei piccoli segreti che non dici mai e che tieni chiusi lì, nel mio caso, con uno spago, resistente ma fragile allo stesso tempo.
Era importante che la mia valigia fosse vintage, essenziale; percé quei bauli di cuoio saranno zozzi, rovinati, lisi dall'uso ma sono così perché hanno una storia, quel sapore di cose vecchie, vissute, vere.
Sono quelle cose che ti sorprendono continuamente, perché pensi sempre stiano lì lì per rompersi, ma poi resistono, tenaci, anni, sempre pronte per essere riepite per un altro viaggio e poi, al ritorno, quando le risvuoti, le cose che togli sono impregnate da quell'odore, dall'odore di un posto, di un ricordo.
L'odore che immagino abbia la mia valigia-ritratto-mentale è lo stesso che avevano i cassetti di casa di mia nonna; di rose essiccate, ti casa, di antico.
Ho scelto una valigia vintage perché mi piace pensare di essere così.
Perché magari la vita per chi si vede come un collier di diamanti o una borsa firmata magari è bella e facile, e tutti ti ammirano e stanno attenti a non rovinarti...
Mentre bisogna essere cazzuti per essere una valigia; ma quello che vivi, che scopri, che porti con in te, forse vale molto, ma molto di più.

P.S. E voi, che oggetto vorreste essere? Let me know...

domenica 10 agosto 2014

Gente di Collina

La maggior parte dell'opera di Foscolo è stata composta sui Colli Euganei, che giustamente sono stati maledetti da diverse generazioni di studenti che speravano Foscolo c'andasse un po' prima al suo di Sepolcro, così da risparmiarsi qualche poesia depressa.
Se però posso spezzare una lancia a favore di Ugo, devo dire che, d'altro canto, cos'altro si può scrivere sui Colli Euganei se non poesie precursori della corrente emo?
Non è che ti vien proprio da scrivere Topolino, sui Colli, no?
La verità è che, poeticamente parlando, ste' colline ne hanno fatti di danni.
Tra gli ermi colli di Giacomo e le colline-che-sembravano-tette che hanno fatto la carriera di Pavese, potete capire che forse, quest'aria di collina non è poi così salubre.
Del resto, lo confermo, vivere in collina è da paranoia.
Il mio paesino buco(lico) è in collina ed io ho deciso di aprire questo blog.
Coincidenze?
Non credo.
I latini, questo stato di perenne calma e immobilità l'avrebbero chiamato otium... Io lo chiamo ANGOSCIA.
Metteteci poi pure che la gente di collina è un po' strana.
Di sicuro lo è quella della mia collina.
Non è che viviamo isolati eh! Eppure la mentalità generale direi che qui è ferma più o meno al tempo dei piccioni viaggiatori.
Roba che se ti vedono in giro con uno una volta per sbaglio per loro stai già pensando alla fuga e al matrimonio segreto, perché incinta di tre gemelli e forse già madre di due.
Tutti parlano di tutto e tutti, il concetto di privacy è sconosciuto eppure sembra che tutti abbiano chissà quali grandi segreti da nascondere.
Mancano giusto un nano che parla al contrario, un gigante e, ovviamente, IL MALE ASSOLUTO e siamo a Twin Peaks.
Giuro.
Ora non so dirvi con esattezza il livello sul mare della cittadina di Laura Palmer ma, a giudicare dalla vegetazione, dai pini che ondeggiano sinistri, direi che potrebbe trattarsi tranquillamente di collina.
Le colline fanno male.
Punto.
Forse sarebbe meglio vivere altrove...
In montagna però non saprei, perché se prendiamo Heidi e "le caprette che le facevano ciao" (cit.) come esempio forse opterei più per la pianura...
Magari non Padana ecco...
Che a vedere i leghisti manco tanto fa bene...
Sapete cosa?
Forse davvero sarebbe ora che iniziassimo a colonizzare lo spazio.
Chissà che su Urano saremo tutti meno teste di cazzo.