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mercoledì 27 agosto 2014

A bit too much, yet not enough

In quest'estate stramba tanto climaticamente quanto emotivamente, capita spesso che mi ritrovi a pensare a cose alle quali cerco di non pensare il più possibile.
Starsene da soli per un po', ha decisamente questo effetto collaterale.
Che pensi...
A te.
Agli altri.
Ai rapporti che hai con gli altri.
Se qualcuno mi vedesse dall'esterno magari potrebbe pensare che non mi manchi nulla, e razionalmente mi rendo conto che forse è così.
Ho una casa, una famiglia che per quanto incasinata cerca di starmi vicina, una quantità esorbitante di vestiti...
Eppure la maggior parte del tempo io mi sento vuota.
Inutile.
E sola.
Gli amici non sono mai stati un problema per me.
Almeno in apparenza.
Qualcuno si azzarda addirittura a definirmi "socievole" anche se io continuo a pensare che non lo sono, affatto.
Perché le persone socievoli alla fine ci stanno bene in mezzo alla gente, cercano quel contatto, quell'energia; io, invece... anche no.
Nel senso, mi sprono a stare a contatto con la gente più perché sento che "devo", non tanto che "voglio".
Gli altri sono la distrazione da me stessa.
Quello che Pascal definiva un "divertissement".
Mi piace analizzarli, farli parlare, sfogare...
Un giorno magari scriverò un post apposito sul mio fantastico metodo maieutico che mi ha permesso di conoscere cose che certe volte era meglio non saperle.
Perché quando "sai" è sempre un problema.
E ti ci ritrovi in mezzo a quei casini dei quali hai parlato solo per distrarti dai tuoi.
Sono stata una settimana senza tutte le persone che considero più vicine.
Tutte.
Sono partite, tutte assieme, per una vacanza in Croazia alla quale avrei dovuto partecipare anch'io, alla quale le avevo addirittura "invitate" io (non tutte eh, solo alcune).
Quest'emarginazione improvvisa mi ha spinto a frequentare un po' altra gente.
Gente che non conosco affatto bene e della quale mi frega ancora troppo poco per parlarne.
Ed è lì che mi è scattato qualcosa, che mi sono resa conto di essere davvero un animale, vittima come tutti del Darwinismo Sociale.
Quelli che hanno letto bene Darwin, infatti, sapranno benissimo che in natura non vince il più forte, ma chi si adatta meglio.
E io mi sono adattata, per sopravvivere a me stessa.
Che poi, considerato che sto scrivendo questo post, direi che non è nemmeno andata tanto bene.
In queste sere mi sono ritrovata ad osservarmi dall'esterno: mi sono vista interagire con questi sconosciuti, mi sono vista fare battute ed elargire sorrisi falsi ed è stato un po' come osservarsi in uno di quegli specchi che stanno al luna park e che ti distorcono l'immagine.
Ti riconosci, ma non tanto.
Perché per tutto il tempo, pensavo al fatto che loro (almeno in apparenza) sembrassero stare bene con me, mentre io non stavo bene con loro.
Io, forse, non sto davvero bene nemmeno con quelle che sono andate in Croazia.
E di certo, non per colpa loro.
Del resto, che v'aspettavate da una che ha intitolato il suo percorso per la maturità "Soli tra la folla"?
Appartenere, nel senso di sentirsi parte di qualcosa, di qualcuno è anch'esso un istinto animale.
Di branco.
Peccato che io sia individualista, anche se ciò comporta andare contro la mia natura, ed essere infelice.
C'è tutta la filosofia del 900' a darmi ragione, da Freud ad Adorno e Horkeimer e Marcuse...
Ed è per questo che, in questi giorni più che mai, ho desiderato di essere "semplice".
Di poter essere una di quelle che si adatta senza troppe seghe mentali, di essere una che se la prende come viene.
Perché mi rendo perfettamente conto di essere "un po' troppo".
Peccato che questo mio troppo non sia abbastanza per rendermi felice.
Perché la felicità, checché se ne dica, non è affatto una cosa semplice.
That's bullshit.
La felicità richiede impegno.
Ed è per questo che continuo a scervellarmi, che magari per la fine simbolica di quest'estate mai davvero iniziata troverò una mezza risposta.
Anche se a questo punto, non sono nemmeno più tanto sicura di quale sia la mia domanda.

lunedì 18 agosto 2014

Incidenti (famigliari) Diplomatici

In questi giorni si sta facendo un gran parlare della brutta situazione nella Striscia di Gaza.
Non mi sembra questo il luogo per entrare nel merito della questione e delle motivazioni delle varie parti, che questo è un blog cazzone e non Linkedin.
Infatti io, da brava autrice di un blog cazzone, ho presto sta cosa serissima e ne ho tratto ispirazione per un po'.
Che sicuramente non c'ho capito un cazzo, quindi non vi arrabbiate né venite a correggermi fatti o roba varia, perché l'attendibilità non è il mio scopo (nè quello di molti telegiornali italiani, a quanto pare).
Se sapessero che paragono la mia situazione famigliare con quella medio-orientale, certamente mi bollerebbero come ignorante, insensibile o, quantomeno, DRAMA QUEEN.
Ma io non sto mica a paragonare la gravità delle due situazioni, (ci mancherebbe) prendo solo Gaza a titolo d'esempio per cercare di spiegare i fattacci miei (ai quali, tra l'altro, avevo anche già accennato in questo post molto hipster).
Del resto, pure a scuola quando ti spiegavano Newton ti facevano l'esempio della mela o quando cercavano d'illuminarti su Kant e ti confondevano ancora di più con quella minchia di lenti colorate...
E' un comprovato metodo didattico, il mio, che vi credete...
E' perché, magari, paragonando una cosa che qualcuno non conosce, ad un'altra con la quale ha un minimo di famigliarità, potrebbe facilitarne la comprensione.
Insomma, la situazione contingente della mia famiglia può essere sintetizzata così.
Mia madre è Hamas.
Io sono Israele.
Mio padre è l'ONU.
Tutto chiaro no?
Lasciate che approfondisca.
Mia madre non è affatto una terrorista, ovviamente (anche perché diciamocelo, ha problemi con il fornello a gas, quindi direi che siamo più che al sicuro dalle bombe), mia madre è semplicemente una a cui piace comandare...
Specialmente su cose che considera di sua proprietà anche se poi non lo sono, tipo, chessò, la mia vita.
E' vero che "è stata lei a donarmela" come mi ricorda drammaticamente ogni due ore, ma comandare non è più un suo diritto, visto che a vent'anni, uno dovrebbe anche essere lasciato libero di fare le sue scelte, pure se lei le considera sbagliate.
Questa "perdita di controllo" però non le piace.
Affatto.
Io, con Israele, ho sostanzialmente in comune il fatto che, (oltre ade essere sicuramente un po' una testa calda), mi sento un po' come se esistessi senza però appartenere davvero in nessun dove e quindi mi attacco alla mia striscia, pardon, vita, con tutte le mie forze (e anche un po' di sano egoismo) perché vorrei finalmente sentirla davvero mia, come se mi appartenesse.
Magari anche con la benedizione di mammaHamas.
In tutto ciò l'ONU, cioè quel povero martire di mio padre, cerca inutilmente di mediare, di metter pace; chiede tregue umanitarie, cerca di far capire al mio Israele e a mammaHamas che ci stiamo facendo male non solo a vicenda ma coinvolgendo altri che neppure c'entrano.
PapàONU tenta anche di spiegare a mammaHamas che non può più pretendere il controllo totale sulla striscia, che non è di sua proprietà, che forse dovrebbe anche accettare di farsi da parte.
Diciamo che, per ora, la sua operazione non sta avendo molto successo, un po' perché entrambe le parti sono ferme sulle loro posizioni, testarde e caparbie, entrambe con i loro torti e le loro buone ragioni, un po' perché, da dietro, una delegazione araba composta soprattuttp da membri della famiglia di mammaHams (che tra l'altro con il presente Israele c'entrano picche) fomenta il conflitto, complicando ulteriormente il dialogo.
Insomma, tra un po' i caschi blu dovremmo chiamarli veramente a casa, anche perché le tregue durano sempre meno e non vedo profilarsi all'orizzonte nessuna pace duratura.
E' inevitabile che qualcuno dovrà cedere qualcosa e che in ogni caso non sarà indolore.
Io, dal mio canto, mi auguro solo che tutto ciò si concluda il prima possibile e che i futuri ordigno non distruggano completamente quel po' che rimane della mia determinazione e della mia autostima.