mercoledì 19 novembre 2014

Next of Kin

Lo sapevo che sarebbe andata così.
Va sempre così, alla fine.
Per quanto io mi prefigga di essere costante, di organizzarmi e di trovare il tempo per tutte le cose che vorrei voglio fare, alla fine mando tutto a puttane e incolpo tutta una serie di cose, facilmente riassumibili nel contorto concetto chiamato vita.
La verità è che se prendessi esempio dagli inglesi (che a poco si organizzano pure il piano d'evaquazione dell'intestino) potrei fare molte più cose e sicuramente anche meglio.
Ma io non sono inglese; io sono italiana e quindi come le nostre ferrovie ho questo curioso vezzo della disorganizzazione e del ritardo cronico.
Perciò, vi beccate questo post dopo quasi DUE mesi.
In maniera estemporanea, perché oggi mi andava di scrivere e quindi fanculo la sequence analysis e le poesie di Cavafys che c'ho per dopodomani.
Oggi scrivo, di cose mie.

Mi avevate lasciata appena arrivata nella bella Londra.
Impaurita ma entusiasta.
Disorientata ma felice.
Io e Londra eravamo nel periodo iniziale della nostra relazione, quello dove si è ancora un po' instabili ma terribilmente felici perché non ci si è ancora resi conto del guaio in cui ci si è andati a cacciare.
Riassumere le cose che mi sono successe in questo mese in un post sarebbe impossibile.
Riassumere le cose che mi sono successe in questo mese in VENTI post sarebbe ugualmente impossibile, a dire il vero.
Io non riesco nemmeno a ricordarmele tutte le cose che ho fatto (non perché fossi sbronza eh! solo a volte forse, un po' brilla...) figuriamoci a scriverle.
Ma fatto sta che tra serate di salsa, shot analysis, amici, troppi caffè, film, università, concerti improvvisati, biblioteche, corse notturne da tesco, cioccolata a tutte le ore, dates e lezioni di spagnolo, colloqui con banche, tutor, lavori etc son passati due mesi e io sono ancora qui, ad ammirare questa città meravigliosa che fa del mio umore (e della mia vita) come le montagne russe; a volte ho una paura fottuta, ma che emozione ragazzi!

Oggi, comunque, è stato un giorno importante; forse uno dei più importanti da quando sono arrivata qui.
Oggi ho firmato il mio primo contratto di lavoro.
Il contratto del mio primo vero lavoro.
Ma non voglio parlare di quello (ancora non sono pronta ed effettivamente devo ancora iniziare) ma piuttosto di una cosa che c'era su uno degli ottordicimila forms che ho dovuto compilare.
Tra le varie cose noiose, tipo indirizi vari, cazzi e mazzi c'era, at the bottom of the page, una vocina curiosa, scritta tutto il resto in un times new roman 12 grassetto, che si componeva di tre parole:
Next of kin.

Il next of kin è la persona più vicina, quella che devono chiamare se stai avendo un'attacco di panico, gastrite (entrambi molto, molto probabili a Londra), se stai dando di matto, morendo o hai qualsiasi tipo di emergenza.
Insomma il next of kin è una persona importante, fidata; che deve anche prendersi le rogne se combini qualche cazzata.
Tuttavia, la caratteristica più importante che deve avere questa persona, almeno per quelli della compagnia che mi ha assunta, è la residenza in UK.

Alla voce next of kin, in una situazione normale, avrei messo uno dei miei genitori, molto probabilmente mio padre (che mia madre, in qualsiasi situazione di merda dovessi trovarmi, sono sicura che avrebbe il potere di peggiorarla, altro che risolverla).
Ma io non sono in una situazione normale.
Sono a Londra, da sola e i miei sono ad una distanza enorme che adesso non mi va di quantificare esattamente con una veloce ricerca su google maps.

Ero a conoscenza di questa cosa da un po' eh, non sono mica scema.
Alla fine ho dovuto aprirmi un conto in banca da sola e capire da sola (perché da casa nessuno capisce l'inglese) come minchia si attivasse l'home banking e come si faceva a mettere effettivamente dei soldi sul conto.
Avevo già realizzato di stare entrando in quella spaventosa fase chiamata "l'età adulta" in cui se perdi il bus e rimani da sola, per strada, alle 4 di notte non puoi più chiamare tuo padre affinché ti venga a recuperare.
Se non altro per la questione puramente logistica della distanza.

Però mi ha fatto comunque strano scrivere, in quello spazio, un nome che non fosse quello di uno dei miei genitori, o di un membro della mia famiglia in generale.
Sia chiaro, la persona che ho messo è fidata e meravigliosa, oltre che incredibilmente responsabile.
E' la migliore next of kin che potessi desiderare, anche se la conosco da relativamente poco.
Ma, del resto, due mesi di convivenza a Londra direi che, ad occhio e croce, equivalgono a circa un anno di vita altrove...

Tuttavia mi ha fatto strano.
Più di aprirmi il conto in banca da sola.
Perché ti rendi conto di essere cresciuta non quando non hai più bisogno dei tuoi genitori (avrai sempre, sempre bisogno di loro) ma quando questi non potrano più aiutarti ed esserci sempre come ti aiutavano e c'erano prima.
E mi sono sentita un po' come Rachel di Friends che, quando si trova in ospedale, fornisce Monica come emergency contact.
E mi sono resa conto che, forse, la pitch di Friends, oltre ad essere oggettivamente bellissima, era anche molto veritiera:

'because if you're single in the city, your friends are your family.'

E la mia friends-family, al momento, è veramente meravigliosa.

A presto.

Londonerd

domenica 28 settembre 2014

Le persone che restano

PREMESSA:
(questo post sarà uno sfacciato esempio di utilizzo del mezzo pubblico a scopo privato)

Oggi ho fatto una cosa importante. Ho detto ad una persona a cui voglio molto bene dell'esistenza di questo blog.
Non l'ho fatto prima non perché non volessi che legesse quello che scrivo (anzi, è una delle poche a cui ho fatto leggere più di qualcosa) ma perché non mi sembrava il caso di ammorbarla con pippe mentali anche su internet... Lo facevo già abbastanza dal vivo!
Adesso però le cose sono un po' diverse.
Ci separano diverse centinaia di kilometri e le nostre telefonate lunghe ere geologiche (purtroppo) sono sempre più rare.
E poi oggi è il suo ventesimo compleanno, e io non posso essere fisicamente lì con lei, ad ingozzarmi di torta e a darle il mio regalo.
Quindi mi sono dovuta ingegnare... E ho deciso di svelarle l'esistenza di questo cantuccio virtuale (bel regalo di merda, altre pippe mentali) e di dedicarle un post.
Un post un po' diverso... Su una cosa che ho scritto in uno dei miei tanti momenti di bipolarismo.
E' una cosa stranamente profonda, una cosa di quelle che di solito m'imbarazza.
Una di quelle cose che, come al solito, farei leggere solo a lei...
Mi dispiace F, di più adesso non posso fare...
So che capirai il significato della dedica... Perciò non mi dilungo.
Quindi, enjoy!
Buon compleanno, ti voglio bene.

"L'amore non guarda negli occhi, ma riconosce i passi.
Ti stringe, senza soffocarti.
Ti fa crescere, cambiare, anche se non lo richiede, anche se per lui vai già bene così.
L'amore non sempre comprende, ma accetta;
quello che sei, quello che vorresti essere, quello che vuoi diventare.
Ti sta vicino quando serve e sa mettersi da parte quando ne hai bisogno.
L'amore sono i vaffanculo detti ridendo.
Sono i difetti accettati.
Le litigate furiose risolte.
I ritardi che ti ci abitui.
Le volte che uno parlava e l'altro nemmeno ascoltava, però poi chiedeva sempre di ripetere.
L'amore sono le foto rubate che escono meglio di quelle quando ti metti in posa.
Sono i momenti imbarazzanti.
Le paure che non dici.
Le battute che nessuno capisce.
Gli sguardi complici che s'incontrano senza volerlo.
Gli abbracci che non chiedi.
I baci che desideri.
L'amore più bello è quello imperfetto, che non ha bisogno di un'etichetta per essere definito amore."




domenica 21 settembre 2014

Right Place, Right Time, Right Me

Certe volte, le cose, semplicemente, funzionano
Senza che le pianifichi.
Senza che ci provi davvero.
Funzionano e basta.
Perché se fai quello che vuoi, quello che tu credi sia giusto per te, quello che ti rende felice e non quello che gli altri ritengono tu debba fare, allora sei sulla buona strada per (fa strano dirlo) essere felice.
Ed è normale la paura.
E' normale sentirsi soli.
E' normale sentirsi strani e stupidi, perché ci vuole una buona dose d'incoscienza (oltre che di coraggio) per seguire il proprio istinto.
Il mio, personalmente, mi ha portato a Londra.
Tra i black cabs e il fish&chips.
E mi diceva che sarebbe stata Londra da tanto, da quando avevo sette anni (e adesso, forse, capite anche il nome di questo blog).
Più volte ho pensato di non dargli ascolto, al mio istinto.
Più volte ho preso in considerazione l'idea di seguire le direttive di mia madre, di mia zia, di pinco pallino...
Sarebbe stato più facile, sarebbe stato più comodo.
Ma non l'ho fatto.
E mi sa che avevano ragione le mie viscere... Decisamente.
Ci sono volte in cui ancora mi sento sola.
Volte in cui vorrei avere vicino le persone a cui voglio bene e che, aimé, nonostante tutto, mi mancano.
Ma ogni volta che cammino per le strade di Londra, e mi perdo in lei, tra i suoi mille volti, le sue contraddizioni, le mie viscere continuano a dirmi "lo stai facendo bene".
Ed è vero che c'è voluto più del previsto...
Ma forse è meglio così.
Perché la me di un anno fa non credo l'avrebbe apprezzato così tanto tutto questo.
Invece ora, magicamente, tutto torna.
Right place, right time, right me.

Note a margine:
Scusate la piccola/grande pausa che mi sono presa... Ma come potrete capire sono successe un bel po' di cose e trasferirsi dall'altra parte della manica non è poi così facile. Prometto che cercherò di essere costante e di mantenere attivo il blog. E' cambiata solo la location, non la mia voglia di scrivere...
Cheers!

sabato 30 agosto 2014

Uccidimi piano, Roma

La mia idea era quella di scrivere un post molto cool intitolato "Vacanze Romane" (e qui l'originalità si spreca) in cui parlare dell'unica mini-vacanza che ho potuto concedermi quest'anno.
Come sempre però, i miei piani (tutti) sono andati a farsi benedire dal papa a San Pietro.
Questa non è stata una vacanza rilassante, affatto; primo, perchè le distanze a Roma si misurano tutte in stadi, piuttosto che in pollic; secondo, perché da un po' di tempo a questa parte i miei viaggi non vanno più tanto bene...
Nonostante ciò, comunque, Roma è sempre incantevole ed in gran forma nonostante i suoi svariati millenni di storia (a parte fastidiossissime ristrutturazioni a Trevi e a Spagna ma va beh) anche se tremendamente disorganizzata, caotica e, per me, piena di ricordi neanche troppo belli.
Quando dico che a Roma non vivrei mai, forse lo dico proprio per questo: perché il peso del passato lì (il mio, quello della città, quello di tutti) sembra accusarsi ancora di più.
Per quattro, faticosissimi giorni, dunque, mi sono lasciata trasportare da Roma, perdendomi in lei, con la sola compagnia di due persone molto importanti (reduci, tra l'altro, di quella vacanza in Croazia alla quale non avevo più potuto partecipare) e di Google Maps utile quanto il divieto di fotografare opere varie esposto in vari punti della capitale.
Ma bando alle ciance, voglio mantenere questo post short but sweet lasciandovi con qualche bella foto o meglio con qualche mediocre foto della bella Roma...
Sono consapevole della scarsità dei miei scatti, ma prima di mettervi a fare gli intenditori di Annie Leibovitz della situazione e ridere del mio delirium tremens, tenete a mente che queste foto sono state scattate con un iphone da una ventenne un po' impedita che stava pensando alla piccola fortuna sperperata in accessori da H&M.
Ad maiora...
Parco della Domus Aurea.


Colosseo, interno.
Colosseo, interno.
Vista dalla Cupola di San Pietro.
Scorcio di Piazza San Marco.
Interno Chiesa Sant'Alessio.
Buco di Roma, Piazza Cavalieri di Malta.
(as seen in "La Grande Bellezza")
Vista dal Giardino degli Aranci.




Salendo alla Cupola di San Pietro.
Piazza Navona e Fontana Quattro Fiumi.
Giardino degli Aranci.


Scorcio Foro e Piazza Venezia.










Piazza Cavalieri di Malta.



Colosseo, esterno.













































P.S. In tutto ciò mi ero scordata di dirvi che sono stata anche alla mostra di Frida Kahlo alle Scuderie del Quirinale (che poi era tipo anche il motivo principale di questo viaggetto) ma ne sono rimasta un po' delusa... Sarà che ci fosse un po' troppa gente per i miei gusti, essendo gli ultimi giorni... Però boh. In ogni caso Frida spacca e questo non è in discussione. Anche se volevo prendere a pizze in faccia la direzione del museo quando al posto de "Il mio vestito è appeso là" mi sono ritrovata un'immagine del dipinto probabilmente presa da google e stampata su carta lucida A4 (roba che un post-it con due righe di scuse sarebbe stato meglio, a mio avviso).



venerdì 29 agosto 2014

A Room of One's Own

Sono successe un po' di cose in questi giorni.
E' come se la mia vita avesse subito un'improvvisa accelerata e condensato tutto quello che avevo previsto (e sperato) succedesse nell'arco di un annetto in soli due mesi.
Sessanta giorni di pura follia.
Non so nemmeno se ho ancora voglia di parlarne apertamente, di queste cose, forse perché sono più scaramantica di quanto voglia ammettere a me stessa (anche se amo profondamente i gatti neri e ho deciso che un giorno ne prenderò uno e lo chiamerò Sirius; giusto per godermi il gusto di avere un Sirius Black tutto per me).
Diciamo solo che stanno (in teoria) per cambiare (finalmente) un po' di cose.
E che sono un po' terrorizzata.
Ma è quella paura positiva, quella che ti fa scorrere l'adrenalina nelle vene e ti fa venire quella piacevole morsa allo stomaco.
Un po' come quella che Rachel di Friends disse di aver provato solo due volte in vita sua: appena arrivata a New York e quando scoprì di essere incinta di Emma (questa similitudine era totalmente innecessaria, ma ho questo blog da un po' e non avevo ancora accennato a Friends e THAT'S NOT RIGHT!)
E' la paura dell'inizio.
Perché gli inizi spaventano quanto i finali.
Se non di più.
Non so, se nel mio caso specifico, mi spaventi più la "fine" o "l'inizio"... E' che sto cercando di pensare come se non ci fosse un SERIES FINALE ma solo un SEASON FINALE.
Una cosa però ve la posso dire, perchè ormai è certa.
Anche nel mio nuovo inizio, dovunque sarà, avrò una camera tutta per me.
Che per Virginia Woolf era un BIG DEAL.
E lo è anche per me.
Quindi per ora vi lascio con questo MASSIVE CLIFFHANGER e vi prometto di farmi sentire presto.
Di sicuro prima di trasferirmi nella nuova camera tutta per me.
Dovunque essa sarà...

*scusate per tutte le parole in CAPS LOCK; purtroppo la nerd televisiva che è in me alle volte (quasi sempre) prende il sopravvento... Ritenetevi fortunati che non abbia titolato questo post come UPFRONTS che, comunque, secondo me sarebbe un titolo cazzutissimo per un post. Punto.

mercoledì 27 agosto 2014

A bit too much, yet not enough

In quest'estate stramba tanto climaticamente quanto emotivamente, capita spesso che mi ritrovi a pensare a cose alle quali cerco di non pensare il più possibile.
Starsene da soli per un po', ha decisamente questo effetto collaterale.
Che pensi...
A te.
Agli altri.
Ai rapporti che hai con gli altri.
Se qualcuno mi vedesse dall'esterno magari potrebbe pensare che non mi manchi nulla, e razionalmente mi rendo conto che forse è così.
Ho una casa, una famiglia che per quanto incasinata cerca di starmi vicina, una quantità esorbitante di vestiti...
Eppure la maggior parte del tempo io mi sento vuota.
Inutile.
E sola.
Gli amici non sono mai stati un problema per me.
Almeno in apparenza.
Qualcuno si azzarda addirittura a definirmi "socievole" anche se io continuo a pensare che non lo sono, affatto.
Perché le persone socievoli alla fine ci stanno bene in mezzo alla gente, cercano quel contatto, quell'energia; io, invece... anche no.
Nel senso, mi sprono a stare a contatto con la gente più perché sento che "devo", non tanto che "voglio".
Gli altri sono la distrazione da me stessa.
Quello che Pascal definiva un "divertissement".
Mi piace analizzarli, farli parlare, sfogare...
Un giorno magari scriverò un post apposito sul mio fantastico metodo maieutico che mi ha permesso di conoscere cose che certe volte era meglio non saperle.
Perché quando "sai" è sempre un problema.
E ti ci ritrovi in mezzo a quei casini dei quali hai parlato solo per distrarti dai tuoi.
Sono stata una settimana senza tutte le persone che considero più vicine.
Tutte.
Sono partite, tutte assieme, per una vacanza in Croazia alla quale avrei dovuto partecipare anch'io, alla quale le avevo addirittura "invitate" io (non tutte eh, solo alcune).
Quest'emarginazione improvvisa mi ha spinto a frequentare un po' altra gente.
Gente che non conosco affatto bene e della quale mi frega ancora troppo poco per parlarne.
Ed è lì che mi è scattato qualcosa, che mi sono resa conto di essere davvero un animale, vittima come tutti del Darwinismo Sociale.
Quelli che hanno letto bene Darwin, infatti, sapranno benissimo che in natura non vince il più forte, ma chi si adatta meglio.
E io mi sono adattata, per sopravvivere a me stessa.
Che poi, considerato che sto scrivendo questo post, direi che non è nemmeno andata tanto bene.
In queste sere mi sono ritrovata ad osservarmi dall'esterno: mi sono vista interagire con questi sconosciuti, mi sono vista fare battute ed elargire sorrisi falsi ed è stato un po' come osservarsi in uno di quegli specchi che stanno al luna park e che ti distorcono l'immagine.
Ti riconosci, ma non tanto.
Perché per tutto il tempo, pensavo al fatto che loro (almeno in apparenza) sembrassero stare bene con me, mentre io non stavo bene con loro.
Io, forse, non sto davvero bene nemmeno con quelle che sono andate in Croazia.
E di certo, non per colpa loro.
Del resto, che v'aspettavate da una che ha intitolato il suo percorso per la maturità "Soli tra la folla"?
Appartenere, nel senso di sentirsi parte di qualcosa, di qualcuno è anch'esso un istinto animale.
Di branco.
Peccato che io sia individualista, anche se ciò comporta andare contro la mia natura, ed essere infelice.
C'è tutta la filosofia del 900' a darmi ragione, da Freud ad Adorno e Horkeimer e Marcuse...
Ed è per questo che, in questi giorni più che mai, ho desiderato di essere "semplice".
Di poter essere una di quelle che si adatta senza troppe seghe mentali, di essere una che se la prende come viene.
Perché mi rendo perfettamente conto di essere "un po' troppo".
Peccato che questo mio troppo non sia abbastanza per rendermi felice.
Perché la felicità, checché se ne dica, non è affatto una cosa semplice.
That's bullshit.
La felicità richiede impegno.
Ed è per questo che continuo a scervellarmi, che magari per la fine simbolica di quest'estate mai davvero iniziata troverò una mezza risposta.
Anche se a questo punto, non sono nemmeno più tanto sicura di quale sia la mia domanda.

lunedì 18 agosto 2014

Incidenti (famigliari) Diplomatici

In questi giorni si sta facendo un gran parlare della brutta situazione nella Striscia di Gaza.
Non mi sembra questo il luogo per entrare nel merito della questione e delle motivazioni delle varie parti, che questo è un blog cazzone e non Linkedin.
Infatti io, da brava autrice di un blog cazzone, ho presto sta cosa serissima e ne ho tratto ispirazione per un po'.
Che sicuramente non c'ho capito un cazzo, quindi non vi arrabbiate né venite a correggermi fatti o roba varia, perché l'attendibilità non è il mio scopo (nè quello di molti telegiornali italiani, a quanto pare).
Se sapessero che paragono la mia situazione famigliare con quella medio-orientale, certamente mi bollerebbero come ignorante, insensibile o, quantomeno, DRAMA QUEEN.
Ma io non sto mica a paragonare la gravità delle due situazioni, (ci mancherebbe) prendo solo Gaza a titolo d'esempio per cercare di spiegare i fattacci miei (ai quali, tra l'altro, avevo anche già accennato in questo post molto hipster).
Del resto, pure a scuola quando ti spiegavano Newton ti facevano l'esempio della mela o quando cercavano d'illuminarti su Kant e ti confondevano ancora di più con quella minchia di lenti colorate...
E' un comprovato metodo didattico, il mio, che vi credete...
E' perché, magari, paragonando una cosa che qualcuno non conosce, ad un'altra con la quale ha un minimo di famigliarità, potrebbe facilitarne la comprensione.
Insomma, la situazione contingente della mia famiglia può essere sintetizzata così.
Mia madre è Hamas.
Io sono Israele.
Mio padre è l'ONU.
Tutto chiaro no?
Lasciate che approfondisca.
Mia madre non è affatto una terrorista, ovviamente (anche perché diciamocelo, ha problemi con il fornello a gas, quindi direi che siamo più che al sicuro dalle bombe), mia madre è semplicemente una a cui piace comandare...
Specialmente su cose che considera di sua proprietà anche se poi non lo sono, tipo, chessò, la mia vita.
E' vero che "è stata lei a donarmela" come mi ricorda drammaticamente ogni due ore, ma comandare non è più un suo diritto, visto che a vent'anni, uno dovrebbe anche essere lasciato libero di fare le sue scelte, pure se lei le considera sbagliate.
Questa "perdita di controllo" però non le piace.
Affatto.
Io, con Israele, ho sostanzialmente in comune il fatto che, (oltre ade essere sicuramente un po' una testa calda), mi sento un po' come se esistessi senza però appartenere davvero in nessun dove e quindi mi attacco alla mia striscia, pardon, vita, con tutte le mie forze (e anche un po' di sano egoismo) perché vorrei finalmente sentirla davvero mia, come se mi appartenesse.
Magari anche con la benedizione di mammaHamas.
In tutto ciò l'ONU, cioè quel povero martire di mio padre, cerca inutilmente di mediare, di metter pace; chiede tregue umanitarie, cerca di far capire al mio Israele e a mammaHamas che ci stiamo facendo male non solo a vicenda ma coinvolgendo altri che neppure c'entrano.
PapàONU tenta anche di spiegare a mammaHamas che non può più pretendere il controllo totale sulla striscia, che non è di sua proprietà, che forse dovrebbe anche accettare di farsi da parte.
Diciamo che, per ora, la sua operazione non sta avendo molto successo, un po' perché entrambe le parti sono ferme sulle loro posizioni, testarde e caparbie, entrambe con i loro torti e le loro buone ragioni, un po' perché, da dietro, una delegazione araba composta soprattuttp da membri della famiglia di mammaHams (che tra l'altro con il presente Israele c'entrano picche) fomenta il conflitto, complicando ulteriormente il dialogo.
Insomma, tra un po' i caschi blu dovremmo chiamarli veramente a casa, anche perché le tregue durano sempre meno e non vedo profilarsi all'orizzonte nessuna pace duratura.
E' inevitabile che qualcuno dovrà cedere qualcosa e che in ogni caso non sarà indolore.
Io, dal mio canto, mi auguro solo che tutto ciò si concluda il prima possibile e che i futuri ordigno non distruggano completamente quel po' che rimane della mia determinazione e della mia autostima.

lunedì 11 agosto 2014

I wanna be a suitcase, when i grow up...

Se mai dovessi scegliere un oggetto per descrivermi (massì facciamo pure finta che questo sia uno di quei giochetti pseudo-psicologici assurdi) sceglierei una valigia.
Ma non una qualsiasi.
Una di quelle vecchie anzi, vintage, come dicono quelli cool; una di quelle di cuoio marrone liso e usurato, con gli angoli sbucciati e gli adesivi a coprire i graffi più evidenti.
Un adesivo per ogni viaggio.
Una cicatrice per ogni viaggio.
Sceglierei una valigia, in primo luogo, perché a me viaggiare piace tanto.
Da sempre.
Mi piace viaggiare anche senza una destinazione precisa, senza sapere dove, come e perché vado.
Anche perché poi, quando arrivo, sono sempre un po' triste.
In cinque anni di superiori da pendolare, mi sono fatta incalcolabili ore di bus dal mio paesino buco(lico) alla città(buco) vicina.
Quel piccolo, ripetitivo viaggio da buco a buco sembrava non stancarmi mai.
Sarei volentieri rimasta anche più di un'ora su quei bus dai sedili lerci e lisi, circondata da gente stramba (alcuni dei quali anche apparentemente ignari delle più basiche norme igieniche) a guardare i campi cambiare con le stagioni e la mia musica nelle orecchie.
S. mi diceva sempre che la mia musica si sentiva chiaramente praticamente in tutto il pullman e io ho pensato a tutte quelle volte che ascoltavo le canzoni dei cartoni animati.
Chissà se le riconoscevano anche gli altri...
Del resto, non posso mica essere l'unica persona che ascolta le sigle dei cartoni e le canzoni della Disney a 20 anni suonati!
(Sisi, ridete pure voi, io intanto tra "A whole New World", "I won't say I'm in love" "Hakuna Matata" e "I'll make a man out of you" ho saltato a piè pari la fase Gigi d'Alessio e Anna Tatangelo. Eppoi, la canzone di Mulan è seriously THE BEST WORKOUT SONG EVER!)
Insomma, tornando al punto, il viaggio s'è capito che mi piace, ma c'è anche un altro motivo per il quale ho scelto la valigia..
Una delle mie puntate preferite di "Mad Men" (e te pareva!) s'intitola, appunto, "The suitcase" ed è interamente incentrata su Peggy e Don, il quale, nel corso della puntata, per non pensare alla sua fucked-up life, costringe la prima a rimanere in ufficio oltre orario per lavorare alla pubblicità della nuova cazzutissima valigia della Samsonite....
LA SERA DEL SUO COMPLEANNO.
Insomma, morale della favola Peggy viene scaricata dal suo raga(hahahahahah)zzo per telefono e s'incazza (gustamente) con Don che poi però la porta a cena (???) e lavorando finiscono a parlare della vita. del passato, delle cose.... Soprattutto di quelle che non dicono mai.
Parlano e lavorano e piangono tutta la notte e alla fine la pubblicità spacca i culi (ma va'!).
Non ci vuole certo Montale per spiegare il correlativo oggettivo del titolo; la valigia contiene speranze, sogni, vestiti, anche sporchi, quei piccoli segreti che non dici mai e che tieni chiusi lì, nel mio caso, con uno spago, resistente ma fragile allo stesso tempo.
Era importante che la mia valigia fosse vintage, essenziale; percé quei bauli di cuoio saranno zozzi, rovinati, lisi dall'uso ma sono così perché hanno una storia, quel sapore di cose vecchie, vissute, vere.
Sono quelle cose che ti sorprendono continuamente, perché pensi sempre stiano lì lì per rompersi, ma poi resistono, tenaci, anni, sempre pronte per essere riepite per un altro viaggio e poi, al ritorno, quando le risvuoti, le cose che togli sono impregnate da quell'odore, dall'odore di un posto, di un ricordo.
L'odore che immagino abbia la mia valigia-ritratto-mentale è lo stesso che avevano i cassetti di casa di mia nonna; di rose essiccate, ti casa, di antico.
Ho scelto una valigia vintage perché mi piace pensare di essere così.
Perché magari la vita per chi si vede come un collier di diamanti o una borsa firmata magari è bella e facile, e tutti ti ammirano e stanno attenti a non rovinarti...
Mentre bisogna essere cazzuti per essere una valigia; ma quello che vivi, che scopri, che porti con in te, forse vale molto, ma molto di più.

P.S. E voi, che oggetto vorreste essere? Let me know...

domenica 10 agosto 2014

Gente di Collina

La maggior parte dell'opera di Foscolo è stata composta sui Colli Euganei, che giustamente sono stati maledetti da diverse generazioni di studenti che speravano Foscolo c'andasse un po' prima al suo di Sepolcro, così da risparmiarsi qualche poesia depressa.
Se però posso spezzare una lancia a favore di Ugo, devo dire che, d'altro canto, cos'altro si può scrivere sui Colli Euganei se non poesie precursori della corrente emo?
Non è che ti vien proprio da scrivere Topolino, sui Colli, no?
La verità è che, poeticamente parlando, ste' colline ne hanno fatti di danni.
Tra gli ermi colli di Giacomo e le colline-che-sembravano-tette che hanno fatto la carriera di Pavese, potete capire che forse, quest'aria di collina non è poi così salubre.
Del resto, lo confermo, vivere in collina è da paranoia.
Il mio paesino buco(lico) è in collina ed io ho deciso di aprire questo blog.
Coincidenze?
Non credo.
I latini, questo stato di perenne calma e immobilità l'avrebbero chiamato otium... Io lo chiamo ANGOSCIA.
Metteteci poi pure che la gente di collina è un po' strana.
Di sicuro lo è quella della mia collina.
Non è che viviamo isolati eh! Eppure la mentalità generale direi che qui è ferma più o meno al tempo dei piccioni viaggiatori.
Roba che se ti vedono in giro con uno una volta per sbaglio per loro stai già pensando alla fuga e al matrimonio segreto, perché incinta di tre gemelli e forse già madre di due.
Tutti parlano di tutto e tutti, il concetto di privacy è sconosciuto eppure sembra che tutti abbiano chissà quali grandi segreti da nascondere.
Mancano giusto un nano che parla al contrario, un gigante e, ovviamente, IL MALE ASSOLUTO e siamo a Twin Peaks.
Giuro.
Ora non so dirvi con esattezza il livello sul mare della cittadina di Laura Palmer ma, a giudicare dalla vegetazione, dai pini che ondeggiano sinistri, direi che potrebbe trattarsi tranquillamente di collina.
Le colline fanno male.
Punto.
Forse sarebbe meglio vivere altrove...
In montagna però non saprei, perché se prendiamo Heidi e "le caprette che le facevano ciao" (cit.) come esempio forse opterei più per la pianura...
Magari non Padana ecco...
Che a vedere i leghisti manco tanto fa bene...
Sapete cosa?
Forse davvero sarebbe ora che iniziassimo a colonizzare lo spazio.
Chissà che su Urano saremo tutti meno teste di cazzo.

sabato 9 agosto 2014

le cose che voglio/ le cose che devo

vorrei andare a fare shopping, che ci sono pure i saldi... / devo risparmiare ogni centesimo per l'università.
vorrei partire per la vacanza in croazia con le mie amiche, come programmato... / devo restare perché ho fatto una scelta e mi sono presa un impegno.
vorrei mangiare una pizza, come IDDIO comanda... / devo aspettare e continuare a mangiare pappette, per lo stesso "devo" di sopra.
vorrei poter essere più accomodante, non dire sempre agli altri tutto quello che penso; attivare il filtro cervello bocca. / devo accettare che sono così ed essere me stessa... Forse voglio esserlo.
vorrei andare d'accordo con mia madre: accontentarla, renderla fiera, magari fare una volta quello che dice. / devo discuterci ogni giorno, perché quello che vorrebbe per me, ironicamente, non ha niente a che vedere con me... e io non voglio rimanere intrappolata in una vita che non ho scelto e non mi rappresenta.
vorrei guardare "orange is the new black" tutto il giorno tutti i giorni. / devo studiare, che ho già perso un anno e sinceramente vorrei evitare di perderne un secondo.
volevo nascere negli anni '50, vivere come vivevano i mad men. / devo vivere nel presente e cavarne il meglio, perché sono nata nella decade dei backstreet boys e non in quella di frank sinatra... E forse va bene così.
voglio fare quello che voglio. / devo fare quello che devo.
Perché è così.
E forse è anche giusto...
Perché la felicità richiede impegno.
E, a volte, per riuscire a fare quello che vuoi, devi fare prima quello che devi.

venerdì 25 luglio 2014

Quelle come me...

Quelle come me sono quelle che le vedevi sole davanti scuola, immerse nel loro mondo lontano mille miglia.
Quelle come me le devi richiamare, più volte, perché sembra che siano lì co te ma in realtà sono lontane, altrove.
Quelle come me vivono d'intercalari come "Eh?" "Cosa?" "Scusa, puoi ripetere?" un po' perché sono naturalmente distratte, un po' perché molte volte si rompono il cazzo ad ascoltare certa gente.
Quelle come me, ad una serata in discoteca, preferiranno sempre una pizzata con pochi intimi o una serata davanti al computer, con abbastanza junk food da mandare in overdose Homer Simpson e la giusta serie tv.
Quelle come me comprano vestiti stravaganti per le suddette serate in discoteca che però poi non mettono (quasi) mai perché, appunto, non ci vanno in discoteca.
Quelle come me comprano anche molte scarpe e molte borse e molte cose inutili in generale.
Quelle come me però, non hanno mai niente da mettere, nonostante la loro intera casa sia diventata una succursale di zara e i vestiti rischino di soffocare il loro spazio vitale.
A quelle come me piace correre, nonostante siano l'anticristo dell'atletica e del fitness; corrono per non pensare, con la musica nelle orecchie fino a diventare sorde e la voglia di sfidare se stesse.
Quelle come me vorrebbero imparare, conoscere, assaporare ogni cosa; vorrebbero avere un paio extra di tutto: occhi, mani, gambe, piedi, orecchie, (tette), per fare più cose e contemporaneamente.
Idealmente, a quelle come me, piacerebbe che la giornata durasse 76 ore, per poter fare tutto, ma praticamente anche meglio che no, perché probabilmente la passerebbero a poltrire a letto visto che, di base, sono molto pigre.
Quelle come me le vedi spesso sole ma anche quando sono in mezzo alla gente si sentono "a parte".
Quelle come me riescono a cogliere riferimenti molto nerd su cose altrettanto nerd ma poi, se gli chiedi con chi è sposata la Jolie, ti fissano vuote.
Quelle come me si perdono ancora nel paesino buco(lico) in cui sono cresciute, ma poi si muovono a Londra come se niente fosse.
A quelle come me piacerebbe lavorare nella moda, ma anche nella musica, ma anche nel cinema, ma anche nella televisione... Anche l'editoria però non sarebbe male... Oppure la fotografia... O l'arte in generale... O anche la cucina, che ci piace mangiare... Ma anche l'astrofisica, pensandoci, ha il suo fascino.
Quelle come me, se non s'era capito, sono confuse e confusionarie e c'è il rischio che non concludano mai niente, perché vivono nel caos e in fondo gli piace.
Quelle come me hanno anche una fottuta paura di perdere se stesse, che pure se non sono poi questo gran che, sanno di essere l'unica cosa che hanno.
Infatti, a quelle come me, ciò che fa cagare i pantaloni, non è né il rischio di cancro o di malattie veneree, ma la parola amore; perché amare, dare se stessi a qualcuno è cosa mica da poco... Eppoi, ad amare qualcuno completamente (you know what I mean), aumenta ancor di più il rischio di malattie veneree... Per dire.
Quelle come me hanno anche un senso dell'umorismo pessimo e fanno battutacce su cose serie come il cancro, le malattie veneree, i vecchi e gli indigenti... E lo sanno che non si dovrebbe ma lo fanno uguale, perché sono come me.
Anche perché quelle come me, pur essendo fragili, sono anche stronze sarcastiche, quindi attenzione.
Quelle come me, alla fine, sono delle grandi incoscienti: si gettano in cose grandi, enormi; vanno anche fino in fondo, pure se è difficile, pure se fa male.
Quelle come me, non so ancora se definirle stupide o solo masochiste.
A quelle come me, in generale, piace pensare di fregarsene di ciò che pensa la gente ma, forse, in fondo in fondo, piacerebbe parlare, spiegare... Chi siamo, cosa facciamo, perché siamo delle teste di cazzo.
Perché quelle come me a volte si sentono sole. Ma tanto.
Quindi, una sera random, mosse anche dalla loro arcinemica noia, quelle come me potrebbero decidere di aprire un blog.
Anche perché credono che scrivere sia l'unica cosa che sappiano fare davvero.
Forse.